Una storia, tante storie: costruire un racconto

Autore: | Pubblicato in Pensieri sparsi 6 Commenti

Ci sono delle storie che devono essere raccontate per non continuare ad aleggiare incombenti, come fantasmi, nella nostra memoria. Questa è una di quelle.

 

Morire e basta 

Vi sono qualità – incorporee essenze,
cui è data come una duplice vita, che è poi
emblema della doppia entità che sempre scocca
da materia e luce, in solida forma e in ombra.
Vi è un silenzio che è duplice – mare e riva –
corpo e anima. Abita l’uno in solitari luoghi,
ricoperti d’erba recente: qualche solenne grazia,
umane memorie e una lacrimata sapienza
gli han tolto ogni terrore. Il suo nome è Mai più.
È quello il silenzio corporeo: non devi paventarlo!
Non ha potere in se stesso di nuocere.
Ma se mai un incalzante fato (intempestiva
sorte!) ti portasse a incontrare la sua ombra,
(un elfo è, senza nome e frequenta solinghe plaghe,
mai calpestate dal piede di un uomo),
oh, allora, raccomandati a Dio!

E.A. Poe, Silenzio

 

Finito il turno, Marta tornò a casa. Nemmeno si rese conto di quale strada percorse, di quanto tempo ci mise, si ritrovò, chiavi in mano, davanti al suo portone, spinta dall’abitudine: i pensieri viaggiavano altrove, in quella sera afosa di maggio, un lungo volo oltre i palazzi, l’asfalto rovente, appena sotto la cappa del cielo e nuvole, pesanti come quel sasso che sul petto sentiva costringerle il torace.

Il tempo di svestirsi e s’infilò sotto la doccia. Lasciò che un getto d’acqua calda portasse via la fatica di quel giorno, la pena che le aveva scavato il viso e adombrato lo sguardo, dopo quel pianto convulso, lacerante.

Mordendosi le labbra, pianse ancora, pensando che quel maledetto camice bianco non si toglie mai. Mai.

Si attacca, penetrando nei pori della pelle: è questa la condanna inflitta a chi sceglie con passione quella strada, quell’impeto ingenuo d’empatia che si svuota nel tempo, nella banalità del quotidiano. Nemmeno quella lunga sosta sotto lo scrosciare dell’acqua, la liberò da quel peso inconciliabile con la nostra infinita pochezza, quella sensazione di essere ancora imbrattata da una trama minacciosa di ricordi.

***

In tarda mattinata era tornata in ambulatorio con l’entusiasmo negli occhi, il più autentico dei sorrisi, per quella settimana da ricercatrice dall’altra parte del mondo, riconoscendosi un altro tassello aggiunto al piano della vita, la voglia di sommare un altro pezzo al futuro. E la Scienza, quella Scienza in cui lei aveva bisogno di credere per darsi una speranza, per dirsi che non era tutto inutile, che il tempo le avrebbe dato ragione.

Ma Laura quel tempo non lo ebbe.

Nell’ultimo anno, un male sconosciuto l’aveva rapidamente consumata e ogni tentativo di darle, perlomeno, un po’ di sollievo, fu vano. Marta si vide più volte persa, ma non fu in grado di ammetterlo, nemmeno a se stessa. C’è sempre una forza compulsiva, in quel camice bianco, che cerca soluzioni laddove tutto sembra perduto, che si accanisce contro il fato irrimediabilmente, che non accetta, non può, dichiararsi inutile, sconfitto.

In quel sabato uggioso, Laura pose fine alla sua agonia: l’ultima settimana fu un rantolare disperato, aggrappandosi a una sopravvivenza che pareva svanire di giorno in giorno, annientandola senza tregua.

Quando quel lunedì a seguire, Marta sedette alla sua scrivania, con la sua pila di cartelle cliniche, bandi di ricerca, appunti di studio e l’occorrente per le ultime lezioni, fu la pagina dei necrologi di un giornale locale ad accoglierla: Laura era spirata due giorni prima, con il polso tra le mani di sua madre, che cercava nel silenzio un altro battito, e lei aveva ignorato l’accaduto fino a quel momento. Ogni slancio vitale si spense e Marta si raggomitolò nel suo dolore, stringendosi il camice, con un fardello chiamato senso di colpa.

***

Avvolta nell’asciugamano, sorseggiava una delle sue tisane. Mentre il cucchiaino disegnava circonferenze accennate nella tazza fumante, iniziò ad arrampicarsi sui suoi pensieri.

Il fatto è che i suoi ragazzi, pensò allora, macchiati di viola per gli ematomi, con le labbra bianche, screpolate dalla sete appena alleviata da un fazzoletto inumidito, con i volti deformati dalla sofferenza e i corpi rigonfi per i farmaci, con quei sorrisi tirati che ti strappano un’angoscia fredda, senza consolazione, con quella debolezza dei gesti, quel tremore indecifrabile, muoiono così, senza medaglie appuntate sul petto e bandiere ripiegate sulla bara, e forse sarebbe stato meglio morire come valorosi soldati, con la Patria sulla bocca e la divisa inamidata, morire per delle idee, ecco, con le spalle al muro, in attesa della raffica di mitra, gridando “Viva l’Italia”, o ancora con un cappio al collo e un cartello che recita “Bandito”. Sì, questo li avrebbe consegnati alla Storia e apparirebbero un po’ meno morti.

Invece, muoiono e basta, con quell’odore di declino e di solitudine che marcisce sotto le unghie, muoiono d’impotenza spesso, a volte d’inettitudine, altre ancora per errore.

Laura è stata davvero eroica, pensò, stringendo il pugno della mano sinistra, mentre con l’altra portava la tazza alle labbra, perché ci vuole un coraggio inesprimibile per decidere come morire, con una dignità furente che trasuda dalle parole “Mamma, portami a casa”, che ti toglie il sonno, che ti fa palpitare il cuore per quei ventotto anni di vita franante che illuminano la notte di ogni viaggiatore dell’esistere, senza valigia e senza meta: appare così paradossale che proprio un atto sublime di riconciliazione con la morte esprima la più vigorosa vitalità.

Marta si fissò nello specchio, come per trovare una verità tra tante menzogne del mestiere. I nostri ragazzi, continuò liquido e impalpabile il suo pensiero, con un nodo alla gola e lo sguardo avvelenato d’inadeguatezza, non muoiono per delle idee, per le grandi aspirazioni e le battaglie.

Muoiono, muoiono e basta, e a volte è persino meglio di una vita stiracchiata ed evanescente.

 

Guida alla lettura

Illustrazione, Edgar Allan Poe

Illustrazione, Edgar Allan Poe

Questo racconto ha partecipato al concorso “Una storia sbagliata”. Il tema prende spunto dalla nota canzone di De André “Morire per delle idee”. Non ha vinto nulla, non avrebbe potuto in considerazione della crudezza della trama e del linguaggio. Ci sono cose, soprattutto nella cattolicissima e bigotta Italia, che il senso comune non accetta, è l’indigeribilità dell’inaccettabile: perché i giovani non possono ammalarsi, non possono soffrire per delle disabilità, non possono essere prostrati dal dolore, e i medici, non possono essere insicuri, martoriati interiormente dalla realtà che vivono ecc., e non si può nemmeno richiamare, tra le righe, il tema dell’eutanasia, senza sentire un senso di fastidio. Ma io non scrivo per vincere concorsi e nemmeno per balzare in cima alla classifica con cinquanta sfumature d’ignoranza, io scrivo per necessità fisica e intellettuale, cosa che probabilmente mi distingue da Fabio Volo.

Scelgo, per raccontare questa storia, uno stile deciso, crudo, scarno, quasi giornalistico. Questo non è Manzoni, non c’è “quel ramo del lago di Como”, c’è il “mai più” di Edgar Allan Poe. A rileggerla ne sento tutta l’angoscia, la sensazione di svuotamento infine. Bene, il messaggio è giunto.

Quando amo una persona, quando mi affascina, ne provo uno smisurato affetto, come nel caso delle protagoniste, tendo a volerne carpire ogni particolare, la osservo attentamente, la studio, dunque avrei potuto dilungarmi in descrizioni dal vago gusto romantico, in senso letterario. Invece, ho scelto di dire poco, di non dire, lasciando aperte infinite suggestioni per la riflessione, come del resto nelle mie poesie.

Non mi aspetto che un pugno nello stomaco venga digerito, compreso, questo racconto arriva come una coltellata nel costato, brutale come sostenere che “muoiono e basta”, un linguaggio quasi da strada. Doveva essere così, lancinante, diretto, senza orpelli.

Ci sono alcuni aspetti dei personaggi, veri come questa storia, certo a tratti “romanzata”, che potrebbero essere utilizzati per trame più lunghe e più fitte, come lo stringersi della dottoressa nel camice, che avevo notato accadere ogni qual volta una sua sicurezza era messa in discussione, un particolare su cui si potrebbero costruire tante ipotesi letterarie: un atteggiamento di chiusura, come a trincerarsi nella propria professione? Oppure un gesto con rimandi infantili, alla ricerca di un abbraccio rassicurante? Forse niente di tutto questo, forse semplicemento un vezzo.

È così che si costruiscono i personaggi delle storie, con la miniera di umane cose che ci circonda, perché il mio sguardo non è mai, mai, innocente. È così che si evocano improbabili ipotesi, ispirate dalla realtà. E poi c’è la parte autobiografica, perché Marta, a un certo punto della storia, o forse sin dalla prima riga, sono io, è la mia umanità che si muove, mie le riflessioni che sopraggiungono.

Sono io che vi porto nella storia, nell’eternità della letteratura, amici miei, per non morire e basta, perché siate un po’ meno morti, la vostra Stefi.

Comments
  1. Posted by rina sau
  2. Posted by Stefania
  3. Posted by rina sau
  4. Posted by Stefania
  5. Posted by gabriella
  6. Posted by Stefania

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