Ricovero al tempo del covid-19

Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece dei vostri piedi.  

Stephen Hawking

Ringraziando con profonda stima e affetto tutto il personale della MFR del San Bortolo di Vicenza e tutti i compagni che hanno condiviso con me quei giorni di degenza, e grazie alla fisioterapista Francesca alla quale ho rubato la frase da cui si dipana il racconto.

Ospedale San Bortolo – Vicenza

A vederla da qui, questa pandemia ha diverse sfaccettature che non mi dispiacciono. Dalla vetrata della sala polifunzionale del reparto di Medicina Fisica e Riabilitazione dell’Ospedale di Vicenza, il cielo non è mai stato così terso, di quell’azzurro intenso che pare liberarsi da ogni gas e fumo inquinante che da troppo tempo insiste sulla pianura padana, soffocandola. È così, in effetti, che il covid-19 ha deciso di ucciderci, solo un piano più su, togliendoci il respiro. La rianimazione è andata allargandosi verso le sale operatorie, adibite per l’emergenza, così non si opera che per le urgenze.

Nel giardino che precede l’entrata principale del nosocomio, saltellano indisturbati i coniglietti del parco adiacente, e insieme passeggiano il gallo Arturo e la consorte Agnese, così appellati con simpatia dalle operatrici del reparto. Insiste la primavera, ignorando la nostra paura, la nostra presunzione di società progredita, messa in ginocchio da un essere microscopico con un’elica sola a formare il DNA. Per Madre Natura non siamo indispensabili, e a dirla tutta siamo arrogantemente dannosi.

Tutto si può fare, basta avere gli ausili giusti e trovare nuove strategie” mi dice la fisioterapista, leggendo nei miei occhi l’angoscia per un futuro che non riesco a vedere, a immaginare. “Noi siamo qui per aiutarti a trovare queste strategie, a vivere la tua quotidianità senza usare le gambe. Noi lavoreremo sulle tue abilità residue“, mi rassicura F*. Lo chiamano “addestramento”, e a volte, scherzando sull’impegnativa sequenza di lavoro quotidiano, dico che mi pare di stare in caserma. A* me lo aveva spiegato in palestra: “Noi siamo abituati a trattare pazienti molto più gravi di te, il tuo è un ricovero breve, fatto il test tornerai a casa in attesa dell’intervento“.

Siamo dentro una bolla dove le notizie, da là fuori, arrivano appena accennate tra un cambio turno e l’altro. Non possiamo ricevere visite, il silenzio irreale che abita le strade di questa città mi è più amico di tanta frenesia ben più malata di questa quiete lenta, lentissima, che è il tempo dell’ordine naturale.

E del resto che importa: in questo reparto da mesi, tornano alla vita persone diverse, uomini e donne rimasti sospesi per lungo tempo in un coma di cui non si conoscevano gli esiti, magari dopo incidenti in auto, in moto, in bicicletta. Sono dei sopravvissuti, e tanta disperazione e sconforto lasciano un distacco doloroso verso le cose del mondo. Davvero, qua dentro, ho visto che tutto si può fare, ma solo quando ad accompagnarti in questo percorso ci sono loro, e se non bastasse la professionalità di tutti, medici e infermieri, operatori e fisioterapisti, c’è anche un’attenzione e una comprensione amorevole, nel curare le piaghe e avvicinare la forchetta alla bocca, nel lavare, vestire e asciugare, anche lacrime a volte, e ascoltare soprattutto, che non trovo niente di dissimile da una madre che accudisce il proprio figlio. Per chi è immobile non è solo una questione di assistenza, queste persone diventano anche famiglia e, mi spiega K* l’infermiera dell’Unità Spinale, vale altrettanto per chi li assiste, e quando da quel reparto si esce con le proprie gambe c’è chi si commuove e arriva l’applauso sostenuto di tutti i presenti.

Viste da qui, le misure restrittive non pesano, qui siamo comunque in una condizione di costrizione, vuoi per un corpo che non risponde o altre problematiche persino di tipo cognitivo, e per chi fa parte della cerchia dei sopravvissuti, lamentarsi è bestemmiare.

“Tornerai a camminare?”, mi chiede una mattina la mia compagna di stanza. Con una smorfia accompagno un no, severo come la verità. Ammutolita mi guarda dalla sua sedia a rotelle come se l’avessi condannata. Allora, con tenerezza proseguo: “Come dite voi ‘in sha’ allh”. Sorride ora: “anche io cammineró ‘in sha’ allh, mi mancherai quando andrai via”. Questa frase mi sorprende, arrivando da un silenzio tenace di giorni e quasi mi sento in colpa per aver detestato la sua quotidiana preghiera coranica.

Oggi, se qualcuno mi chiedesse tristemente timoroso che ne sarà delle nostre vite ai tempi del covid-19, che faremo, risponderei sicura: “tutto si può fare, bisogna solo trovare nuove strategie”.


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